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Intervista a “Discorsi Fotografici”

Un grazie speciale agli amici di “Discorsi Fotografici” per la lunga e bella intervista, che potete ascoltare al seguente link:
http://www.discorsifotografici.it/2017/05/29/5256/

Dal minuto 50:00 in poi vi racconto un po’ più di me e di come è nato PhotOrsi!

Ricordatevi di seguire tutti gli approfondimenti di “Discorsi Fotografici” su http://www.discorsifotografici.it/

A presto,

Filippo Orsi – PhotOrsi

Intervista filippo orsi a prontopro

Reportage e Istinto. Intervista a PRONTOPRO

Oggi ho parlato di reportage, strumenti fotografici e molto altro sul blog di ProntoPro.

“Per realizzare un ottimo reportage bisogna farsi guidare dall’istinto, innato per un fotografo. Questo è quello che ci spiega Filippo Orsi di PhotOrsi.

Come si è avvicinato Filippo Orsi alla fotografia?

Da sempre mi circondo di fotografia.

E’ dall’epoca del liceo che si è manifestata la voglia e la necessità di imprimere momenti. Innanzitutto per poterli rivivere, riassaporando quelle sensazioni. In seguito, la voglia di raccontare la realtà dal mio punto di vista è stata lo stimolo maggiore che mi ha spinto a fare di una necessità, una vera e propria professione.
Sul mio sito cito questa frase di Neil Leifer “La fotografia non mostra la realtà, ma l’idea che se ne ha”…

Troverete l’articolo per intero al seguente link.

 

Filippo Orsi – PhotOrsi

  • Salvador Dalì

ESISTE LA PERFEZIONE IN FOTOGRAFIA?

La bellezza è il giusto equilibrio tra i difetti.
Non l’ho detto io, ma è in buona sintesi quello che penso a proposito della bellezza. E della sua oggettività.
Il concetto di bellezza e di perfezione assoluta attanaglia da sempre l’espressione creativa di ogni fotografo, dall’800 ad oggi.

Ufficialmente è stata stabilita la data del 1839 come nascita della fotografia, ma in realtà abbiamo degli studi teorici che la riguardano, legati all’antica Grecia e anche a Leonardo da Vinci. In ogni caso, nella seconda metà dell’800 le prime applicazioni fotografiche cominciarono a svilupparsi e, con esse, tutto il mondo della creatività e del linguaggio che poi condurranno ai giorni nostri.
Quello della perfezione è un concetto assai importante. Ognuno ha cercato prima o dopo di darne una interpretazione e, nel caso della fotografia, di trasferirla in un’immagine.
A mio parere questo è impossibile. Almeno nel senso assoluto, oggettivo del termine.
Non avere paura della perfezione, non la raggiungerai mai è una frase che mi piace moltissimo e il fatto che l’abbia detta un artista come Dalì la rende ancora più appropriata.
La connessione tra arte pittorica e la fotografia è davvero molto stretta. Ci sono moltissimi fotografi illustri che prendono spunto ancora oggi da famose tele, in cui la maestria degli artisti riesce a descrivere con le luci e le ombre la realtà esattamente come fosse una foto.
Salvador Dalì è stato celebre per il surrealismo, il suo modo di interpretare e descrivere totalmente fuori dagli “schemi comuni”, utilizzando un linguaggio unico e davvero coinvolgente. La stravaganza delle sue opere, le forme molli e allungate, distorte, l’utilizzo dei colori e degli spazi, le ambientazioni create con scorci iperrealistici sembrano descrivere viaggi immaginari, sogni, in modo così preciso, da sembrare veri.
Il surrealismo ridimensiona in tutto e per tutto il concetto stretto di realtà oggettiva. Ciò lo rende assolutamente affascinante e legato a doppio filo con la fotografia stessa, quando la intendiamo come la rappresentazione dell’idea che abbiamo della realtà.
La perfezione stereotipata a cui molti aspirano o che molti pensano di conoscere, a mio parere è del tutto illusoria. Per l’appunto, non la si raggiungerà mai e per questo non bisogna aver paura di inseguirla. Anzi.
Ci si affanna, infatti, dietro ai messaggi subliminali che riceviamo quotidianamente, come fossero l’obiettivo primario della nostra esistenza.
In realtà, credo che sia fondamentale prendere coscienza di tutto questo, acquisire sempre più consapevolezza, analizzando il concetto stesso di perfezione e di bellezza, capendone il significato per poterlo poi interpretare (farò un approfondimento sul concetto della conoscenza che rende liberi in un altro articolo) e attribuirne la giusta importanza. Capire, conoscere per poi saper interpretare.
Tendere alla perfezione può essere un percorso, anche dal punto di vista fotografico, con molti alti e bassi.
Ma è pur sempre un percorso che, a parer mio, deve portare in sé il fondamento che la perfezione assoluta non la si può raggiungere. 
La base di tutto è questo. Spingersi sempre oltre, superare i confini, i limiti e cercare costantemente di migliorarsi è decisamente un atto accrescitivo importantissimo. Sia personale che professionale. Può produrre dei risultati eclatanti e appaganti.
Quindi sì, cerchiamola la perfezione, spingiamoci in quella direzione, ma sapendo che l’obiettivo vero non sarà raggiungerla, ma il tentativo stesso. “Non è importante quello che trovi alla fine di una corsa, ma quello che provi mentre corri”. Lì sta il vero insegnamento.

Proviamo ad immaginare per un attimo cosa accadrebbe se pensassimo di averla raggiunta. Come descrivere questa sensazione……………
Il vuoto, così mi vien da dire.
Ebbene sì, se pensiamo di aver raggiunto la perfezione, cosa ci può spingere oltre? Cosa avremmo ancora da imparare? Come potremmo migliorarci?
La bellezza, dal canto suo, la accomuno a quanto detto qui. Ovvero, se siamo consapevoli (e la consapevolezza è fondamentale) di aver descritto la bellezza assoluta, che cosa ci spingerà ad affrontare il prossimo progetto? Molti non cercano la bellezza in senso stretto come obiettivo dei propri lavori, ma il concetto che cerco di esprimere è che trovare una risposta assoluta e oggettiva a concetti come la perfezione e la bellezza porta all’annullamento di un percorso di ricerca che è il motore principale che ci spinge ad andare oltre.

Non essendo tutti uguali, non avendo ricevuto tutti gli stessi insegnamenti e non avendo avuto tutti le medesime influenze durante la crescita, diventa davvero complesso poter esprimere un giudizio univoco.
Certo, esistono i concorsi (legati alla bellezza, alla fotografia, al cinema ….) in cui alcune persone giudicano trovando un parere che possa esprimere considerazioni basate su esperienza, conoscenza, cultura e tecnica.
E’ difficile, però, che tutti siano d’accordo. Anzi, spesso si mettono in dubbio anche le capacità di chi giudica.
Ma tutto ciò è un bene, in quanto l’atto stesso di mettere in dubbio un giudizio, fa analizzare le cose da prospettive diverse, confermando l’adagio secondo il quale attraverso lo scontro vi è la vera crescita.

Per tornare all’inizio di questo articolo, la bellezza secondo me è il giusto equilibrio tra i difetti.
Si può affermare che esistano cose che per la maggior parte delle persone risultino belle. Si possono definire tali alcune attrici/attori o modelle/modelli, perché spesso si riscontrano in queste figure i canoni di bellezza, che l’arte stessa ha contribuito ad insegnarci. E’ innegabile.
Ma se andiamo ad analizzarne uno ad uno, troveremo sempre un particolare che ci affascina di più, un carattere che preferiamo, un dettaglio che ci fa propendere su uno piuttosto che su un altro. Il ragionamento può essere riportato anche ad altri ambiti, come ad un oggetto, ad una macchina, ad un divano o ad una fotografia ad esempio.
Sostanzialmente ci sono due macro-sistemi: quello del “bello” e quello del “brutto”. Secondo i canoni a cui accennavo prima, grossomodo riusciamo a ricondurre una cosa nell’uno o nell’altro. Poi però, all’interno di quel macro-sistema esistono delle distinzioni, che vengono apportate tramite il gusto personale, la propria preferenza ecc.
Ancora una volta definire in senso assoluto è fuorviante.
Ecco che i difetti, di ogni genere e tipo, possono rappresentare quella chiave di volta che ci aiuta a descrivere un concetto apparentemente facile.
E l’equilibrio tra tutti questi difetti, crea quello che per ognuno di noi rappresenta la bellezza.
Il difetto in sé non trattiene l’idea di equilibrio o di “bello”. Ma l’accostamento di caratteri particolari, l’insieme di tali difetti appunto, può altresì formare un’idea che conduca al bello.
Faccio un esempio concreto sul mondo della moda. Mondo in cui si vive di stereotipi e falsi miti da sempre.
Vi sarà capitato di vedere lo spot televisivo, o qualche shooting, di quella modella di colore con la vitiligine.
E’ diventata in poco tempo una star delle passerelle e grandi aziende l’hanno voluta per le proprie campagne pubblicitarie.
Avete capito il concetto?!
Beh, quale difetto più visibile di una malattia della pelle, per di più su una modella di colore, può rendere l’idea che il difetto stesso possa creare un equilibrio quasi armonico? Non a tutti deve piacere. Se piacesse a tutti, allora significherebbe che abbiamo trovato la bellezza assoluta e tutto quello che ho scritto finora, sarebbe stato un’inutile perdita di tempo.

Di esempi ne potremmo fare tanti altri, ma il punto resto il medesimo e mi auguro che sia chiaro.

In conclusione, ritengo che sia basilare fare un’analisi personale di alcuni concetti fondamentali, come la perfezione in questo caso, per poter affrontare al meglio il proprio percorso e farne un’esperienza che sia del tutto soggettiva e di insegnamento.
Ciò che riusciamo ad imparare, a comprendere rappresenta il nostro bagaglio, ci aiuta ad esprimere il nostro punto di vista in modo più consapevole.
In fotografia credo sia fondamentale. Affrontare percorsi anche ambiziosi, non deve spaventare né rappresentare un freno, perché anche se non riusciamo appieno nel nostro intento, il tentativo stesso ci porta all’accrescimento delle nostre consapevolezze, migliorandoci e dandoci nuove spinte.

Quindi, non aver paura della perfezione, perché tanto non la raggiungerai mai!

 

Filippo Orsi – PhotOrsi

  • T Terzani

La grande foto è l’immagine di un’idea – Tiziano Terzani

La fotografia è la giusta sintesi tra ragione e istinto.

Uno dei lati affascinanti della fotografia per me è proprio questo. Da un lato il raziocinio ci impone il ragionamento, la riflessione e la programmazione di quello che facciamo. L’analisi della realtà. Grazie al ragionamento impostiamo il nostro lavoro, lo programmiamo, facciamo in modo di creare un seguito ad una idea. L’istinto dal canto suo, rende l’attimo il fulcro di ogni cosa. E’ l’istinto che ci porta a cogliere un istante irripetibile, ad imprimere in modo indelebile un qualcosa di unico. Senza l’istinto, l’idea potrebbe non trovare la sua realizzazione. O ancora meglio, nonostante tutto il ragionamento, è il saper assecondare l’istinto che stravolge i programmi regalando risultati inattesi e soddisfacenti.

L’istinto è una cosa innata. L’essere umano lo ha ereditato dal mondo animale, che un tempo governava il mondo unicamente attraverso questa tendenza. Certo, al giorno d’oggi ci sono animali che governerebbero ancora meglio di certi uomini… ma questo è un altro discorso!
L’istinto ci spinge laddove razionalmente non andremmo. Ci porta a fare scelte immediate, estemporanee, che il più delle volte sono delle reazioni.
Spesso la fotografia è espressione dell’istinto di chi sta dietro alla macchina. “La grande foto è l’immagine di un’idea”, appunto.
Ci sono delle fotografie donate al mondo da illustri autori che, se non fosse stato per il loro innato istinto, oggi non potremmo ammirarle. Chi mai l’avrebbe detto che lo sguardo di quella ragazza afgana ritratta da Steve McCurry e pubblicata sul National Geographic nel 1985, sarebbe diventata un cult? O l’immagine dei Marines degli Stati Uniti che alzano la bandiera a Iwo Gima scattata da Joe Rosenthal nel 1945? Di esempi ce ne sono tanti ovviamente, ma i reportage sono la categoria in cui questa qualità ha la meglio. Che siano viaggi, zone di guerra o sport, il racconto di un qualcosa fortemente condizionato dall’ambiente che lo circonda, è l’habitat ideale per mettersi alla prova e affinare il proprio istinto.  Certo serve anche la programmazione e, quindi, ecco che torna la ragione. Un binomio vincente.

Io credo che l’istinto debba essere messo a disposizione dell’evento. Aprendo la mente ad ogni possibilità, preparandosi a vedere le cose in modo alternativo o ad anticipare gli eventi che stanno per accadere.

La street photography raggruppa questi aspetti, raccontanto la vita reale di strada, appunto, ma in modo diverso… coinvolgendo, descrivendo un qualcosa che in quel preciso momento si sta verificando. Il tutto attraverso gli occhi del fotografo, ovviamente. La sua interpretazione è fondamentale.
Ci sono alcune tecniche legate a questo campo della fotografia che sono proprio il sintomo di come il mezzo tecnologico debba assecondare l’istinto di chi scatta, trasformando l’idea in una immagine precisa. Sto pensando, ad esempio, al metodo di messa a fuoco più veloce che esista in assoluto: l’iperfocale.
Proprio grazie a questa tecnica, ci si può totalmente concentrare sull’ambiente in cui siamo, non dovendo pensare alle impostazioni della macchina perdendo così quegli attimi preziosissimi che fanno la differenza. “F8… and be there!”, questo è il motto. Imposta la macchina prima, affidati alla profondità di campo giusta e poi… Devi esserci. Il segreto è tutto qua. Ma scusate, non è forse un altro caso in cui il ragionamento è al servizio dell’istinto?!
Le macchine fotografiche a telemetro più famose al mondo in questo utilizzo, hanno il mirino laterale proprio per la loro architettura tecnica e questo è un grosso vantaggio per chi “racconta” e fa reportage. Infatti, ciò permette di posizionare l’occhio destro sul mirino, mentre il sinistro lo si può tenere aperto garantendo così una visuale più ampia dell’ambiente, che va oltre a quella inquadrata. In questo modo si possono prevedere situazioni o ingressi in campo visivo di oggetti in movimento.
L’ideale per essere al posto giusto, nel momento giusto.

In conclusione, quello che per me rappresenta la fotografia è un binomio imprescindibile che può coinvolgere la maggior parte delle immagini che ogni giorno osserviamo. E’ un binomio vincente, come detto, proprio perché l’uno non esclude l’altro e, anzi, il giusto equilibrio tra la ragione e l’istinto porta a raggiungere quegli scopi che ogni fotografo si prefissa.

 

Filippo Orsi – PhotOrsi

 

 

  • Peter Adams

Gli strumenti fotografici

Gli strumenti sono tutto?

Ho affrontato e affronterò ancora l’analisi tecnica degli strumenti fotografici, ma apro una parentesi soffermandomi sulla loro funzionalità.

Non so se riuscirò ad interpretare il pensiero di tutti. Ma nel mio piccolo, ho notato che la fase della ricerca dell’obiettivo perfetto, della nuova macchina fotografica o dell’accessorio all’avanguardia ha avuto una grande rilevanza.
Io confesso di esserci ancora dentro. Parecchio. Da questo tunnel non so se e quando ne uscirò!

Il tutto inizia con la gioia di scoprire la tecnica fotografica. Tecnica che è indissolubilmente legata al mezzo tecnologico. Dapprima la pellicola e la sua infinita gamma di caratteristiche, ai banchi ottici, allo sviluppo e stampa in camera oscura…per poi approdare al digitale e a tutto quello che ne consegue. I dorsi digitali medio formato – sogni a volte irraggiungibili per i costi automobilistici che hanno – reflex pieno formato, mirrorless, telemetro… obiettivi, luci, flash, software per postproduzione… E’ una lotta senza vincitori!
Il mezzo tecnologico attira sempre molta attenzione, lo possiamo notare tutti dalle svariate riviste di settore, siti web, blog oltre alle fiere e alle diverse manifestazioni organizzate per la presentazione di una determinata novità. Come si fa a non esserne dipendenti?!
Nel grande mondo della fotografia c’è anche questo.
Le case produttrici ovviamente ci vivono e hanno il loro business da mandare avanti. (In altri articoli ho cercato di approfondire anche questi aspetti evolutivi).

Con l’arrivo del digitale abbiamo assistito ad una evoluzione esponenziale di qualità e caratteristiche. Ogni casa cerca di lanciare sul mercato l’innovazione che possa attirare nuovi clienti. Il tutto per grande gioia degli addetti ai lavori.
Il neofita o l’amatore trovano di sicuro pane per i loro denti.
Notti insonni a guardare comparazioni su youtube tra un obiettivo e l’altro. Leggere recensioni con grafici, diagrammi e foto scattate a mattoni o matite colorate per analizzarne le aberrazioni cromatiche, gli alti ISO, le distorsioni ecc.
E da lì altre comparazioni tra sensori APS-C o Full Frame… set di luci – ma continue o flash?! – trasmettitori, fondali, ombrelli come se piovesse, softbox, software e tecniche di stampa… per arrivare, poi, a fantasticare su uno spazio tutto nostro (meglio se ex industriale, che fa figo!) immaginandolo con tutta quella bella attrezzatura all’interno! Certo, poi bisogna pensare a come giustificarsi con le proprie mogli quando capiranno che i risparmi per l’università dei figli se li sono fumati i signori Nikon, Leica e co…
Allora ci si rende conto che dell’elenco fatto su un foglio bianco possiamo permetterci sì e no un paio di voci e tutte le comparazioni fatte, gli articoli scaricati e le foto dei test trovano subito un nuovo posto nel computer: il cestino.

Ma i fotografi professionsiti?!
Beh, non potendo certo parlare per loro, mi limito ad esprimere un pensiero del tutto personale, fatto anche dalle varie testimonianze raccolte su quelle famose riviste, siti web o pubblicazioni famose.
Partendo dal presupposto che ogni fotografo per concretizzare il suo lavoro deve utilizzare la macchina fotografica, va da sé che la scelta di quest’ultima è di sicuro oggetto di riflessione. Io non penso che tutti siano alla ricerca di caratteristiche sempre all’avanguardia, ma piuttosto che molto dipenda dal tipo di fotografia in cui ci si specializza.
Lo strumento che uno sceglie deve essere funzionale ad esprimere il proprio lavoro.

Sappiamo tutti che quando vi è la necessità di stampare in formati giganti per affissioni come poster o campagne pubblicitarie il mezzo utilizzato deve avere determinate caratteristiche. I dorsi digitali medio formato trovano il loro maggior impiego proprio in questo campo. Ora come ora, con l’arrivo di nuove fotocamere full frame dai sensori strabordanti di pixel, comincia ad esserci una valida alternativa (con dei compromessi ovviamente).
La fotografia sportiva ha una necessità evidente: la frequenza di scatto continuo. L’esatto opposto dei medio formato di cui parlavamo.
Chi fa della macro fotografia il proprio lavoro, non può che utilizzare lenti adatte allo scopo. O ancora, chi fa della srteet photography il suo fiore all’occhiello eviterà di andare in giro con corpi macchina pesanti ed ingombranti….
E’ evidente che anche il professionista sia legato, in un modo o nell’altro, alla tecnologia che usa.

Ho letto il commento di un fotografo che raccontava l’incontro con un’icona della fotografia di strada e la prima domanda che gli ha fatto è stata: “Che macchina utilizzi?”. Quando si è reso conto che le foto che tanto ammirava erano state tutte scattate con un banale compatta che teneva perennemente in tasca, ha cominciato a cambiare le sue opinioni in merito.
Io ho potuto vedere delle foto scattate da Maurizio Ferri ad una nota modella italiana con una semplice compatta… e il risultato è ovviamente notevole.
E’ un punto di vista. Proviamo a chiedere ad un fotografo di paesaggi o ad una casa automobilisitca se per la loro prossima campagna si accontentano di foto fatte con una compatta… Il dibattito potrebbe essere interessante.
Ad un recente seminario, per esempio, ho potuto assistere ad alcune dimostrazioni di scatto con modella eseguiti da un noto fotografo di beauty e fashion. Alla fine ha realizzato lo stesso scatto con luci impostate ad hoc sia con una medio formato di ultimissima generazione, sia con un cellulare. Bene. L’immagine proiettata su un telo grande vista nel suo insieme trasmetteva la stessa identica emozione. Dire che una fosse meglio dell’altra mi è risultato impossibile.
Però il cliente che commissiona quella campagna che cosa vorrà? Si accontenterà della foto fatta col cellulare? Ovviamente no. L’esigenza è quella della massima qualità possibile ed è evidente che un cellulare non possa reggere il confronto con una medio formato.
Quindi ancora una volta, lo strumento deve essere funzionale al lavoro che dobbiamo svolgere.

Che poi se si fa un passo indietro, con la pellicola non cambia il discorso. Basti pensare al differente utilizzo di reflex o medio formato a pozzetto rispetto ai banchi ottici di varie dimensioni.
Da tutto questo, quindi, ci si chiede se per fare una bella foto sia necessaria una bella macchina. Se non volete una risposta banale, non chiedetelo alle case costruttrici!!!
Non ho l’arroganza né tanto meno l’intenzione di dare una risposta certa. Ci sono numerosi blog in cui ci si può tranquillamente “scannare” su questi argomenti….

Penso solo che in primo luogo dovrebbe esserci il piacere del singolo fotografo nello scegliere un mezzo piuttosto di un altro. Perché fotografare è anche questo. Un piacere fisico che si ha nell’impugnare la propria macchina, nel mettere alla prova il nuovo obiettivo, nell’utilizzare quel determinato mirino…
Il click dell’otturatore, poi. Ne vogliamo parlare?! Ci sono case che ci hanno costruito attorno il proprio fascino.
Aspettare con ansia che venga rilasciata la nuova versione per collaudarla e verificare se può fare al caso nostro, non lo trovo un qualcosa di disdicevole.
Anzi. Le migliorie tecniche vanno viste come un’opportunità secondo me. Poi uno può sempre scegliere. Per fortuna il libero arbitrio non ha bisogno di aggiornamenti!
E sì perhé a volte una miglioria può semplificare un determinato modo di lavorare. Può esserci di grande aiuto nel lato pratico della professione. Non è trascurabile.

Infine, un’ultima consoderazione dal carattere un po’ nostalgico.
Ho notato, infatti, che parallelamente a tutto questo vi è un sempre maggiore ritorno all’analogico. La pellicola ha sempre il suo fascino.
La grande libertà e di conseguenza complessità, che ha portato il digitale ha fatto quasi riscoprire la gioia e il piacere delle “restrizioni” del passato. Sembra un paradosso, e lo possiamo traslare anche in altri ambiti forse…
L’estrema libertà ci fa tornare a desiderare dei limiti, la semplicità. Come se, avendo la coscienza che i limiti ci sono e sono tangibili, non si abbia più la necessità o la voglia di cercare a tutti i costi la perfezione. E’ la riscoperta dell’imperfezione. Come caratteristica peculiare e non più come difetto.
E poi l’attesa. Scattare il giusto numero di foto, perché il rullino è limitato, appunto. Pensarle bene prima e poi click… che soddisfazione. Qui l’errore si paga. Sentire la pellicola che scorre. Attendere che siano sviluppate per poter finalmente valutare il lavoro.
E’ un fascino. Punto.
Come tutte le dicotomie, non si escludono a priori, ma l’analogico fa riscoprire certi aspetti forse dimenticati, mentre il digitale infrange i limiti e rende l’errore rimediabile.
Certe case se ne sono accorte da tempo e cercano di coniugare queste due filosofie. Uniscono l’essenzialità di una volta anche dal punto di vista del design ad alcuni vantaggi del moderno.
E anche questo ha il suo fascino.

 

Filippo Orsi – PhotOrsi